Nelle 14 città metropolitane italiane (quali sono?) vivono almeno 10.037 persone senza dimora. È il risultato di “Tutti contano”, una rilevazione statistica promossa da Istat e fio.PSD (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora). 

Forse hai sentito parlare dell’iniziativa, o magari in questi giorni ti stai imbattendo in delle analisi sui dati dell’indagine. Ma che cosa c’è dietro?

Nelle sere del 26, 28 e 29 gennaio, oltre 6.500 volontari e volontarie hanno mappato il territorio delle città monitorando zone specifiche a piedi o con mezzi propri, dopo aver svolto una breve formazione. La mappatura collettiva si è strutturata in due attività principali: una conta visiva delle persone senza dimora per strada o in strutture di accoglienza, e interviste di approfondimento a un campione delle persone individuate nella prima serata di conteggio.

L’obiettivo di questa “fotografia notturna” è stato quello di raccogliere dati aggiornati e condivisi, che dovranno essere poi punto di partenza per realizzare politiche pubbliche adeguate e migliorare i servizi rivolti alle persone in condizione di marginalità.

Se segui Dataninja da un po’, probabilmente conosci il tipo di cultura del dato che cerchiamo di diffondere: un dato non è una mela, non si trova in natura e lo si va a raccogliere dall’albero… è piuttosto il frutto di una misura o codifica. E una misura implica delle scelte (Che cosa contiamo? Come lo facciamo?), portando con sé sempre un certo grado di soggettività.

“Tutti contano” è stata per noi un’occasione di sperimentare in prima persona (Benedetta e Matteo hanno partecipato come volontari su Roma e Bologna) come si realizza un’operazione di raccolta dati complessa, che incontra la sfida di coniugare la metodologia scientifica di un istituto nazionale di statistica, con la realtà operativa di un contesto delicato come quello delle persone senza dimora.

Dal questionario al campo

La rilevazione ha usato l’approccio Point in Time, cioè la conta diretta di quante persone sono presenti in strada o in strutture in un momento specifico. Per Istat, scegliere il 26 gennaio ha aiutato a evitare doppi conteggi tra i quartieri, perché le persone si spostano meno quando fa freddo. Ma per alcune associazioni, il periodo scelto porta a sottostimare le presenze, soprattutto a Milano dove erano in corso le Olimpiadi Invernali.

In ogni caso, la sfida maggiore è stata sui dati qualitativi, che non sono ancora stati pubblicati: come si porta il questionario di una rilevazione statistica a persone in condizioni di fragilità, diffidenza o vulnerabilità?

Lo abbiamo chiesto a Floriano Caprio di Angeli in Moto, una delle associazioni che ha svolto la rilevazione a Roma in alcune aree dove offre servizi di assistenza.

“Nel lavoro sul campo non ci si relaziona con ‘casi’ o ‘unità statistiche’, ma con persone, ciascuna con una propria storia, un proprio vissuto e spesso anche una propria sofferenza. Questo comporta che tempi, linguaggi e modalità di approccio debbano essere molto curati” ha raccontato Caprio. “Alcune richieste necessarie alla rilevazione possono risultare, sul piano relazionale, non immediate da proporre, soprattutto se la persona non comprende subito il senso dell’attività o teme un utilizzo improprio delle informazioni raccolte. Per questo è stato fondamentale il ruolo dei volontari e delle associazioni presenti sul territorio”.

Secondo Caprio, la struttura del questionario, che poteva durare anche 30-40 minuti, è uno dei punti da rivedere in futuro, allo scopo di “trovare un miglior equilibrio tra completezza delle informazioni richieste e sostenibilità sul campo”.

Erica Foy, coordinatrice della rilevazione a Bologna per fio.PSD, ci ha raccontato che molti operatori avevano segnalato a Istat la difficoltà di far somministrare un questionario così lungo e a tratti molto personale, soprattutto da parte dei volontari nelle interviste in strada. Qui, in assenza di un contesto protetto e mediato da personale esperto, la sfida era convincere in pochi secondi le persone a rispondere a mezz’ora di domande molto sensibili.

Rispetto a queste perplessità, Istat ha dato la possibilità di interrompere in ogni momento il questionario e considerarlo valido se compilato almeno in una parte più breve obbligatoria. Non ha però modificato la struttura, che rispondeva a requisiti di ricerca ed era già stata testata in un’indagine a Roma, mettendo in conto possibili rifiuti. “Puntavano molto su chi avrebbe somministrato il questionario per far sì che non fosse uno strumento troppo invasivo e presentarlo come un’attività volontaria e anonima” spiega Foy. 

In attesa dei risultati delle interviste, possiamo confermare che, nella nostra esperienza di volontari e volontarie, il questionario ha ricevuto diversi no, soprattutto in strada: c’è chi non ha voluto rispondere per mancanza di fiducia, di interesse o di un compenso, e chi ha interrotto per nervosismo, quando il discorso toccava temi più delicati.

Chi contiamo? Chi resta fuori?

Queste domande, alla base di ogni raccolta dati, comportano ancora più sfide quando si parla di popolazioni hard to reach’, cioè i gruppi, come le persone senza dimora, che difficilmente si riescono a misurare con le metodologie tradizionali.

“Tutti Contano” ha coinvolto le categorie 1 e 2 di ETHOS (European Typology of Homelessness and Housing Exclusion), la classificazione europea sulla grave esclusione abitativa. Ha contato cioè le persone che dormono per strada o in dormitori, ma non, per esempio, chi passa la notte in macchina, camper, accampamenti o edifici occupati. 

Proprio sull’esclusione degli edifici occupati si è discusso a lungo: per garantire la sicurezza dei volontari sarebbero servite le forze dell’ordine, ma questo avrebbe trasformato la conta in un’operazione militarizzata, con conseguenze negative per le persone senza dimora e il loro rapporto di fiducia con gli operatori. “In alcuni posti saremmo anche potuti andare, ma con i vigili, e a quel punto ci siamo detti no. Per noi il primo obiettivo era non ledere la sicurezza e la dignità delle persone, e il secondo non andare a rovinare il lavoro delle unità di strada, che continua nei giorni dopo [la rilevazione]: non puoi creare una frattura relazionale” spiega Erica Foy.

Un caso che più di tutti racconta quanto sia difficile concretizzare un’indagine statistica nel contesto della grave marginalità. E di come a volte, in situazioni particolari, sia più di aiuto rinunciare a un dato che contarlo.

Abbiamo contato, e ora?

L’indagine, alla sua prima edizione, rientra nel recente impegno di Istat di raggiungere le popolazioni ‘hard-to-reach’. 

“L’approccio allo studio di queste popolazioni richiede spesso la collaborazione del terzo settore e a volte anche la co-progettazione. Questo nuovo corso in cui la statistica ufficiale si confronta con l’associazionismo, ma anche con altri produttori di dati, sarà sicuramente una sfida anche nei prossimi anni, dato che le popolazioni considerate per vari motivi rare o hard-to-reach (per es. anche LGBTQ+ o minoranze etniche) sono spesso oggetto di politiche specifiche per cui è necessario produrre un dato statistico attendibile” spiega Nadia Nur, ricercatrice Istat. 

Nel 2021, l’istituto aveva svolto un’altra indagine sulle persone senza dimora in Italia, ma basata sulle iscrizioni alle anagrafi comunali, un diritto spesso negato da ostacoli burocratici. L’ultima conta nazionale sul campo risale al 2014, e comunque utilizzava altri criteri (gli utenti di servizi di mense e accoglienza notturna). 

Stavolta, la speranza è che l’iniziativa diventi strutturale. “La rilevazione fa parte del Censimento Istat, ma ha come obiettivo di lungo termine la costruzione di un Sistema informativo per il monitoraggio continuo delle gravi emarginazioni, una sorta di Osservatorio della homelessness” aggiunge Nur. 

Alla presentazione dei risultati del conteggio, seguiranno nel 2026 anche approfondimenti sui percorsi di vita delle persone senza dimora, l’utilizzo dei servizi, le condizioni di salute, le relazioni sociali e le eventuali attività lavorative. Dopo di che, non è certo come continuerà l’indagine, che potrebbe prevedere focus territoriali o l’ampliamento su altre categorie ETHOS. 

Nelle future edizioni, per Foy e Capriano, sarà importante migliorare il questionario, con la traduzione in altre lingue e più attenzione ai tempi e ai modi di somministrazione, così come una formazione ancora più mirata delle persone volontarie, non solo sugli strumenti di rilevazione ma anche sulla gestione delle relazioni.

“Istat si è messo molto in gioco, dopo di che la loro struttura ha delle rigidità che mal si sposano con il nostro mondo. Però in generale mi sembra ci sia stata una buona collaborazione” conclude Erica Foy. Una collaborazione che, ci si augura, possa andare avanti e produrre strumenti utili a migliorare i servizi per le persone senza dimora.